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Arbitro, limitazioni minime

Il Codice di rito, all’art. 812 c.p.c., non detta qualità particolari che devono essere possedute per rivestire la qualità di arbitro, ma si esprime piuttosto in negativo, ossia enucleando i casi in cui un soggetto non può essere arbitro.

Con la riforma dell’arbitrato del 2006, tale casistica è stata ulteriormente semplificata, riducendosi il divieto in sostanza solo a chi sia in tutto o in parte privo della capacità di agire. Questo significa che, salvo casi particolari in cui detta capacità di agire difetti o sia compromessa (es. interdetti, inabilitati, ecc., solo per citare i casi più eclatanti), chiunque può rivestire tale ruolo. È dunque da sfatare il mito che arbitro possa essere solo un avvocato o un laureato in Giurisprudenza. È però innegabile che il diritto dell’arbitrato presenti tecnicismi tali da richiedere la conoscenza non solo delle basi, quanto meno, del diritto processuale civile, ma anche del diritto sostanziale che governa la fattispecie coinvolta dalla controversia.
Per tali ragioni, probabilmente, la scelta di nominare un arbitro unico che, capace di rivestire il ruolo i sensi del menzionato art. 812 c.p.c., non possegga però le competenze appena ricordate, non si rivela particolarmente felice e rischia di tradursi- seppure involontariamente - in una violazione delle garanzie minime, in primis quella del rispetto del contraddittorio a danno delle parti e della tenuta del lodo arbitrale stesso. È evidente che, quanto meno in presenza di patto compromissorio che preveda un arbitro unico, la scelta delle parti o dell'appointing authority è allora preferibile che ricada su di un legale. Tuttavia, nei casi di collegio arbitrale, una buona soluzione che andrebbe incoraggiata è quella di orientarsi verso collegi misti, ove accanto ad uno due arbitri avvocati sia presente anche un professionista differente, a seconda del tipo di controversie.

Si pensi ad esempio ad un commercialista o ad un esperto contabile negli arbitrati societari, ad un ingegnere o ad un medico per liti in tema di risarcimento del danno da costruzione o medico, ecc. In tal modo, il collegio potrà godere di una sinergia difficilmente attivabile in modo diverso e a cui, ad esempio, non si può sopperire nemmeno con la disposizione di una consulenza tecnica d’ufficio. Il ruolo del CTU è, infatti, assai differente e, soprattutto, lo stesso non ha assolutamente il potere di giudicare; senza tacere poi dei costi aggiuntivi e della dilatazione dei tempi che lo svolgimento di una consulenza tecnica implica durante l’arbitrato. Il ruolo del Presidente, in simili situazioni, è sempre auspicabile che sia affidato ad un legale, il quale avrà anche il compito di coordinare le varie mansioni all'interno del collegio, in modo da valorizzare al meglio le differenti competenze.
Questo non significa certo che il ruolo e l’importanza dei componenti del collegio venga in qualche modo meno, poiché è nell'essenza stessa della carica di Presidente il dover presiedere, appunto, e guidare il collegio, nel rispetto delle diverse opinioni degli altri componenti sulle varie questioni da deliberare. Il tutto, ovviamente, sempre nel doveroso rispetto del generale divieto di scienza privata che incombe anche sugli arbitri, a prescindere dal tipo di professione di cui siano esponenti, qualificata correttamente come divieto per il giudice di conoscere fatti non allegati dalle parti.

Il collegio misto, quindi, con queste accortezze e precisazioni, presenta indubbi vantaggi; rimane peraltro il profilo del compenso degli arbitri afferenti a diverse professioni: aspetto, questo, risolto in radice nel caso di arbitrato amministrato che preveda il correlato tariffario e che può essere superato in via di prassi con una decisione consensuale di tutte le parti di prendere a parametro un tariffario in particolare (ad es. quello degli avvocati, ma non solo).

 

Maria Carla Giorgetti - Docente presso l’Università degli studi di Bergamo
Francesco Novelli - Consigliere Fondazione ODCEC di Milano

Ultima modifica il Giovedì, 15 Marzo 2018 12:31

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